Diecimila persone, tre giorni e un mondo che cambia: Genova incorona il Festival di Limes

Folla a Palazzo Ducale per la XIII edizione della rassegna di geopolitica. Dal programma per gli studenti al ledwall con le dirette nell’atrio, il focus 2026 ha messo l’Italia davanti alle fratture globali. Appuntamento già fissato: si torna a febbraio del prossimo anno

Oltre 10mila partecipanti in tre giorni, sale piene e un pubblico che non si è limitato ad ascoltare ma ha seguito, chiesto, discusso: la XIII edizione del Festival di Limes ha chiuso a Genova con numeri da record e con la conferma di un dato che, anno dopo anno, sembra rafforzarsi. La geopolitica, ormai, non è più materia da specialisti chiusa nei convegni: è diventata uno dei linguaggi con cui si prova a leggere un presente che cambia troppo in fretta, tra guerre, crisi economiche, nuove sfere d’influenza e un’Europa costretta a ridefinire se stessa.

Il festival è tornato, come da tradizione, a Palazzo Ducale, trasformato per un lungo fine settimana in una sorta di “bussola pubblica” sul caos internazionale. Quest’anno una delle novità più visibili è stata la possibilità di seguire gli incontri anche dall’atrio, grazie a un ledwall che trasmetteva in diretta streaming l’intero programma: una soluzione che ha allargato fisicamente la platea e, al tempo stesso, ha dato l’idea concreta di un evento pensato per essere attraversato, non solo “consumato” seduti in sala.
Il focus 2026 – L’Italia nella rivoluzione mondiale – ha costruito un percorso che, senza promettere ricette facili, ha cercato di mettere in fila le tensioni principali dell’attualità: dalla politica statunitense segnata dal ritorno di Donald Trump alla crisi europea, dal fronte mediorientale al conflitto in Ucraina, fino alla strategia di potenza della Cina. E dentro questo scenario, il nodo che ha tenuto insieme i panel: quale ruolo può, o dovrebbe, giocare l’Italia mentre gli equilibri del dopoguerra sembrano sfilacciarsi e nuove logiche di competizione si impongono con forza.
L’intenso weekend si è aperto venerdì mattina con il programma dedicato agli studenti, una scelta che negli anni è diventata parte strutturale del festival: creare un ingresso “guidato” alle grandi questioni del mondo, senza ridurle a slogan, e misurarsi con una platea che chiede strumenti per orientarsi. Da lì, i confronti sono proseguiti lungo l’intero calendario, con la regia del direttore Lucio Caracciolo e degli esperti della redazione, fino all’ultimo panel, impostato come dialogo diretto con il pubblico e con le domande nate dai dibattiti delle giornate precedenti.
Lucio Caracciolo, tirando le somme, ha legato il successo dell’edizione al bisogno di “dibattere apertamente” delle dinamiche interne e internazionali che stanno ridisegnando il mondo: America, Cina, Taiwan, conflitto israelo-palestinese, Ucraina ed Europa sono stati i capitoli principali di un’agenda che, parole sue, non ha “risolto” i problemi – e non era quello l’obiettivo – ma ha provato a offrire un contributo alla comprensione di una fase storica cruciale e del posto che l’Italia potrebbe aspirare a occupare.
Sulla stessa linea, dal punto di vista di Palazzo Ducale, la presidente Sara Armella ha sottolineato la centralità dell’evento come principale appuntamento italiano di geopolitica, una disciplina che – ha ricordato – è diventata di stringente attualità proprio per il perdurare di crisi e conflitti nel mondo. Per Armella, il record di presenze è anche un segnale sulla “utilità” di un percorso che punta a esplorare i temi del contemporaneo e a favorire consapevolezza civica, confermando la vocazione di Palazzo Ducale come luogo di confronto culturale e politico.
Tra i relatori chiamati a scandire i tre giorni, un parterre ampio e internazionale: George Bogden, Scott Smitson, Daniel Foubert, Wolfgang Streeck, Ilvo Diamanti, Giuseppe Cucchi, Massimiliano Valeri, Victor Gao, Oriana Skylar Mastro, Lapo Pistelli, Adriano Roccucci, Alessandro Aresu, Germano Dottori, oltre ad altri studiosi ed esperti. A fare da filo visivo e da strumento di lettura, anche quest’anno, le mappe: la rassegna è stata accompagnata dalla mostra cartografica Spigoli di mondo di Laura Canali, che ha affiancato il programma come un atlante “in tempo reale” delle fratture globali.
Il bilancio finale, in sostanza, mette insieme due elementi: l’adesione di pubblico – oltre 10mila presenze – e l’ambizione di un festival che punta a tradurre la complessità in strumenti di comprensione, senza perdere il rigore. Con una certezza già scritta in calendario: la prossima edizione è prevista a febbraio del prossimo anno, ancora una volta a Genova.
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